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lunedì 28 giugno 2010

Terni, Pietro Taricone in fin di vita

Rino Logiacco
Pietro Taricone, attore, ex "gieffino" è rimasto gravemente ferito in seguito a un incidente avvenuto stamani durante un lancio con il paracadute all'Aviosuperficie di Terni. Taricone, 35 anni, noto soprattutto per aver partecipato alla prima edizione del "Grande Fratello", è ricoverato all'ospedale della città umbra. All'Aviosuperficie di Terni sono intervenuti polizia e carabinieri per accertare le cause dell'incidente. Le condizioni di Pietro Taricone caduto oggi dopo un lancio con il paracadute sono giudicate «disperate». L'attore, dopo l'incidente, è stato immediatamente ricoverato nell'ospedale di Terni. Secondo quanto si è appreso da fonti sanitarie ha riportato numerosi lesioni in diverse parti del corpo e una emorragia interna. Quando è arrivato al pronto soccorso non sarebbe stato cosciente. I medici stanno cercando di fermare l'emorragia interna, "l'aspetto che ci preoccupa di più - spiega Gianni Giannini, direttore generale dell'ospedale - oltre a essere pregiudiziale per qualsiasi altro tipo di intervento". Oltre ad un'emorragia "importante", l'attore ha infatti riportato "una serie di lesioni, tra cui un trauma cranico facciale e lesioni agli arti inferiori e al bacino". Ma bisogna prima "tentare di fermare l'emorragia e poi pensare a tutto il resto". Taricone è arrivato in ospedale privo di coscienza. In ospedale si trova attualmente la moglie Kasia Smutniak che era presente con la figlia al momento dell'incidente), il sindaco di Terni Leopoldo Di Girolamo e il presidente dell'aviosuperficie dove oggi Taricone si è lanciato. Il 3 aprile e il primo maggio scorsi due paracadutisti erano morti in seguito a incidenti avvenuti presso l'aviosupeficie di Terni.
A poco meno di sei ore dall'incidente, Pietro Taricone continua ad essere sotto i ferri e e, a quanto si apprende dal direttore Generale dell'ospedale S. Maria di Terni Gianni Giovannini "la situazione resta gravissima. L'anestesista - dice Giovannini - mi ha comunicato che lo stato di salute di Taricone è gravemente compromesso. Taricone sta per essere portato in terapia intensiva ma ha subito una perdita di sangue imponente e improvvisa. Ha inoltre subito lesioni traumatiche in tutto il corpo, lesioni che hanno coinvolto diversi organi tra cui il fegato e milza".
Ha ritardato la manovra di frenata prevista a 50 metri da terra dopo un lancio eseguito nell'ambito di un corso per la sicurezza in volo riservato a paracadutisti esperti. A ricostruirlo è Sergio Sbarzella, presidente dell'Azienda trasporti consorziali di Terni che gestisce anche l'aviosuperficie dove oggi è avvenuto l'incidente. Al corso, denominato Vela, hanno partecipato in otto paracadutisti. Come gli altri, Taricone oggi aveva seguito un corso di teoria. Quindi un primo lancio senza problemi. L'attore è poi nuovamente salito su un piccolo aereo che ha raggiunto una quota di 1.500-2.000 metri. Taricone ha lasciato per ultimo il velivolo e - secondo quanto riferito da Sbarzella - il suo paracadute si è aperto regolarmente. A circa 50 metri da terra doveva quindi eseguire una manovra di frenata ma - sempre in base alla ricostruzione del presidente dell'aviosuperficie - l'ha ritardata finendo a terra a una velocità superiore a quella prevista.

Vibo Valentia, allarme di Legautonomie per gli enti locali

Ufficio Stampa Provincia di Vibo Valentia
«Stiamo seguendo l’iter di approvazione della Carta delle Autonomie con sconcerto, a causa dell’approssimazione con cui il Legislatore sta affrontando questo tema. Un approccio demagogico che mina le fondamenta stesse dello Stato, mettendo in discussione il ruolo e le funzioni degli enti locali».
Così il presidente della Provincia Francesco De Nisi ha aperto i lavori del convegno patrocinato dall’Amministrazione e organizzato in collaborazione con Legautonomie Calabria, che si è tenuto oggi nei locali dell’Hotel Cala del Porto, a Vibo Marina.
Al centro del seminario, dunque, il futuro delle amministrazioni locali calabresi, in vista del varo del federalismo fiscale e della Carta delle Autonomie (destinata a sostituire il Testo unico sugli enti locali), che riscrive le funzioni fondamentali di Comuni, Province e Città metropolitane.
In questi giorni all’esame della Camera dei deputati, il testo di legge è da settimane il fulcro di un acceso dibattito, soprattutto dopo i reiterati annunci di abolizione di alcune Province. Un tema di grande attualità, quindi, sul quale si sono confrontati parlamentari e amministratori, nel corso di una discussione che ha offerto numerosissimi spunti di riflessione, anche polemici, sulla sorte dei principi autonomisti che ispirano il dettato costituzionale in questa materia.
Coordinato dal presidente della Fondazione Calabriautonomie, il senatore Giuseppe Guarascio, il convegno è stato aperto dall’intervento di De Nisi, che ha stigmatizzato la deriva populista del dibattito nazionale, rimarcando l’importanza degli enti locali, a cominciare dai Comuni, in un quadro di concreto decentramento amministrativo.
«Il Legislatore sembra non avere le idee chiare e perseguire principalmente un risultato di immagine che altera nell’opinione pubblica la corretta percezione di queste problematiche - ha detto De Nisi -. Eppure, gli enti locali sono il principale interlocutore dei cittadini, perché a essi più vicini e quindi in grado di interpretare correttamente bisogni e priorità del territorio. Invece, si assiste a un sempre più profondo scollamento della società civile dalla politica e dalle istituzioni, anche a causa di una legge elettorale che impone dall’alto parlamentari estranei alle singole realtà territoriali e spesso indifferenti alle istanze che giungono dai cittadini».
Una chiave di lettura politica, quella di De Nisi, rafforzata poi dagli interventi tecnici di Ferdinando Pinto, docente di diritto amministrativo all’Università di Napoli, e di Stefano Pozzoli, esperto della Corte dei Conti in materia di enti locali.
Il primo ha parlato di «pseudoriforma», che non affronta problematiche cruciali come la forma di governo nei Comuni, mentre le assemblee consiliari non riescono a svolgere il ruolo di controllo che dovrebbe competere loro; di riforma inefficace ha parlato anche Pozzoli, secondo il quale la Carta delle Autonomie non esprime discontinuità rispetto al passato, lasciando sul tappeto i problemi di sempre. A questo proposito, i due esperti hanno sviscerato il tema entrando nello specifico dei meccanismi amministrativi, dalla forma di governo degli enti locali, alle attività di controllo gestionale e contabile, esprimendo entrambi giudizi molto negativi processo legislativo in atto, «che - ha aggiunto Pozzoli - come ogni riforma, non andrebbe fatta in un momento di difficoltà finanziaria proprio per non condizionarne i risultati».
È stata poi la volta del presidente di Anci Calabria e sindaco di Cosenza Salvatore Perugini, che ha definito quello attuale come «un momento di confusione straripante, grazie al quale si stanno commettendo vere e proprie nefandezze».
Per Domenico Primerano, segretario generale della Provincia di Catanzaro, «c’è un deficit di democrazia», che si riverbera anche sugli organi assembleari, con il conseguente indebolimento del proprio ruolo di controllo.
Vibrante, poi, l’intervento dell’ex senatore Antonino Murmura, che ha definito anticostituzionale il federalismo: «Oggi, a tutti i livelli, assistiamo allo stupro della Costituzione. La vera riforma sarebbe nel tornare a rispettare il dettato costituzionale ed i suoi principi».
Meno critico nei confronti del federalismo è stato invece l’assessore provinciale al Bilancio, Vincenzo Morelli, per il quale, però, non si può prescindere dal superamento delle sperequazioni tra diverse aree del Paese: «Non si possono federare soggetti disuguali in partenza, ma occorrerebbe prima eliminare le differenze - ha detto l’amministratore -. Invece, tutta la strategia del Governo è sbilanciata a favore del Nord».
Al «cinismo politico della Lega», come causa di questo sbilanciamento, ha fatto riferimento anche Mario Maiolo, presidente di Legautonomie Calabria, che ha invitato ad una maggiore mobilitazione su questi temi.
Infine, a tirare le somme della discussione, è stato il deputato Oriano Giovanelli, che ha dato per certo il varo del testo da parte della Camera entro la settimana, ma - a nome dell’opposizione parlamentare - ha promesso battaglia in Senato.
«Quando la Lega Nord ha capito che non riusciva a intaccare quanto fatto dal Legislatore negli anni ’90 con la modifica del Titolo V della Costituzione, ha cambiato strategia, concentrandosi sulla gestione delle risorse - ha spiegato il deputato -. Da qui è nato l’obiettivo del federalismo fiscale, che per logica dovrebbe seguire il federalismo ordinamentale, non certo precederlo».
Da segnalare, infine, la partecipazione al convegno del sindaco di Vibo Valentia, Nicola D’Agostino, che è intervenuto brevemente per porgere il saluto ufficiale dell’Amministrazione della città capoluogo.

Il partito che non c’è e le correnti del Presidente

Carmelo Briguglio (da generazioneitalia.it)
Alcuni di noi vengono da una storia politica. E hanno il proprio vissuto. Nelle forme in cui si è incarnata la destra politica italiana (Msi, Msi-Dn, An) l’una e l’altro si intrecciavano e coincidevano con le stagioni, felici e meno, della nostra esistenza. Dalla scuola, all’università, al lavoro, alla famiglia, alla nascita dei nostri figli, ai funerali dei nostri padri, c’era una storia parallela fatta di assemblee studentesche, del primo comizio con le gambe tremolanti, delle candidature piccole e grandi, della prima elezione in un piccolo consiglio. E poi: la sezione, il ciclostile, il volantino, la colla: barattoli e secchi di colla, migliaia, decine di migliaia, centinaia di migliaia di manifesti attaccati. I congressi, i documenti, gli scontri interni, i traditori, noi e loro. La contestazione, i venduti, il capo-dittatore. L’intervento al Congresso nazionale a notte fonda, un pugno di amici ad ascoltarti e ad applaudirti. Ma sul nostro Secolo, il “nostro mondo” avrebbe saputo. E poi i più audaci e fortunati in Consiglio comunale, provinciale regionale. Con le maledettissime preferenze. Cento, mille, diecimila e oltre. Poi pochi in Parlamento, la dove nessuno di noi da ragazzi con gli occhi puntati ai giganti (Almirante, Romualdi, Rauti, Fini) avrebbe pensato mai di arrivare. Anche ingiustizie, atti d’arbitrio, emarginazioni, punizioni. Vere e immaginarie. Tutto previsto. Come era accaduto a chi ci aveva preceduto. Tutti i leader del partito che fu, Fini compreso, hanno usato il potere interno come fa un capo per tenere a bada oppositori e dissenzienti. Talvolta senza andare per il sottile. Lo sapevamo. Erano le regole del gioco. Scuola di sacrificio e resistenza: farcela a stare in una comunità di idee ma anche di uomini, avere lo stomaco forte, inghiottire rospi, andare avanti. Ma i capi dal Msi ad An si diedero sempre un limes. Un confine da non oltrepassare, una sorta di sancta sanctorum che nemmeno al leader era consentito violare. Il legame sociale che faceva riconoscere il tuo valore, le tue qualità, da parte del capo anche se non eri con lui, anche se non lo avevi votato al congresso, anche se lo avevi contrastato. Alcune volte, anni dopo capivamo che aveva ragione lui, che avevamo preso cantonate strategiche e che i capi, se sono tali, vedono cento metri più in là. Potevano frenare, ritardare la tua ascesa. Dovevi fare spazio ad altri, magari più vicino al leader, ma maturavi un credito che prima o poi avresti riscosso. C’era soprattutto il luogo della politica: la sede centrale o periferica, l’organo dove dire la tua, il congresso dove gridare applaudire fischiare votare. E vincere o perdere. E dopo perdere e vincere. O anche sempre perdere, ma mai in modo assoluto o definitivo: lo impediva il limes. Questo è sicuramente il passato. Un passato che è passato. Appartenuto anche ad altri, sull’altra sponda. Su tutte le sponde in cui si è fatta politica. Ricacciamo indietro l’amarcord. Chi ha un’età matura come noi ha saputo farlo altre volte. La nostra generazione, con qualche ribellione, si è fatta spingere, anche a pedate, verso il futuro. Da un Fini che guardava avanti per tutti: Fiuggi, Gerusalemme, il Popolo della Libertà. Ma oggi ci chiediamo: il Pdl c’è? Esiste? O a un anno e più dalla nascita si è ridotto a un ufficio di presidenza e a una consulta per la Giustizia, punto e basta? E dov’è il limes?
Si vorrebbe applicare la disciplina interna in un partito che non ha un solo organo scelto dal basso? Senza iscritti, senza dirigenti eletti, senza riunioni della direzione, del consiglio nazionale. Senza congressi sul territorio. Alcuni “estremisti per bene” vorrebbero imporre la regola della maggioranza alla minoranza. Che si applicherebbe alla legge sulle intercettazioni ma non alla nomina di Brancher a ministro della Repubblica. Mai discussa ma solo appresa dai giornali. Per fare due esempi recenti. O che imporrebbe il divieto di associazione all’area che si riconosce nel Presidente della Camera, ma non ai gruppi organizzati, chiamiamoli col loro nome, alle correnti vicine (vicine, siamo sicuri Presidente?) a Berlusconi: Promotori della Libertà, Liberamente, gruppo Schifani-Alfano. E così via. A chi conosce la cassetta degli attrezzi, sarebbe agevole montare una polemica interminabile.
Invece ci interessa una riflessione che serve a tutti. Il Presidente del Consiglio ha annunciato “di essere contrario a qualsiasi frammentazione del Pdl anche mascherata da fondazioni o associazioni che possono suscitare l’impressione di dar vita a correnti”. Sandro Bondi comunica che lui non aderisce a nessuna corrente. Ok, ma va spiegato dentro e fuori perché i Promotori della Libertà, associazione-corrente guidata dalla ministra del Turismo sia presieduta da Berlusconi in prima persona. Perchè i suoi dirigenti sono stati nominati dallo stesso premier? Sandro Bondi per la Cultura e la Formazione, Angelino Alfano per la Giustizia Rocco Crimi per lo Sport, Paolo Bonaiuti per l’Informazione. Insomma la corrente del Presidente, presieduta dal Presidente, con responsabili nominati direttamente dal Presidente prelevati dal suo inner circle.
Perchè l’immagine del Cavaliere, che è il presidente del Pdl, campeggia sul sito dei Promotori con l’appello diretto ad iscriversi all’associazione brambillesca:“Diventa Promotore della Libertà del Pdl per diffondere i nostri valori di democrazia e libertà. Il tuo contributo sarà prezioso per sostenere il mio lavoro e quello del mio Governo, con azioni concrete nella tua città e in tutto il Paese”? Perchè è toccato persino ai parlamentari del Pdl, inclusi quelli di provenienza An, con una storia politica meno estemporanea di Michela Vittoria Brambilla, ricevere nei mesi scorsi una lettera firmata Silvio Berlusconi che li invitava ad aderire ai Promotori della Libertà? Poi, poi, poi…Perché quel simbolo assomiglia a quello del Popolo della Libertà ? Perché l’acronimo di Promotori della Libertà è identico a quello del Popolo della Libertà: PDL? Non c’è bisogno di qualche spiegazione?
Poi Liberamente, la fondazione promossa da Mariastella Gelmini, Franco Frattini e Mario Valducci. Nega di essere una corrente (e perché mai?) ma si dice collegata “alla storia del berlusconismo, a quella generazione di classe politica che ha fatto la storia di questi sedici anni” (leggasi Forza Italia). E decisa “a giocare un ruolo di primo piano anche nel dibattito politico interno al Pdl”. La corrente dei superberlusconiani. Legittima per carità, ma di corrente si tratta. O no? Ci spieghino. Siamo qui ad ascoltare.
Qualche nota sulla Schifani-Alfano. Che non è una legge, ma una corrente organizzata. In Sicilia, ma non solo. Bocchino è stato crocifisso per avere detto senza asprezze una verità “normale”. Il Presidente del Senato e il ministro della Giustizia, sono uomini delle istituzioni, ma sono anche uomini di appartenenza. Hanno nominato e arruolato da anni, in contrapposizione a Gianfranco Miccichè, parlamentari, deputati regionali, sindaci, presidenti, assessori, manager di Asl, consiglieri di amministrazione. Fanno riunioni, organizzano le proprie truppe, ordinano, promuovono, si scontrano. Esercitano e occupano il potere. Normale, assolutamente normale. Non si sono mai sognati di smentirlo. Non potrebbero. Perché è una verità documentabile. Per tabulas. Comprese intere raccolte di quotidiani regionali. Il Presidente del Senato poi non è una entità angelica, né un uomo super partes, almeno fuori dall’aula. E va bene. E’ parte integrante della ricchezza di uomini e vocazioni politiche dentro il Pdl. Che male c’è? Salvo che non si non si voglia farlo passare soltanto come uomo delle istituzioni in contrapposizione a Gianfranco Fini che è stato invitato molto rudemente a lasciare il seggio più alto di Montecitorio perché “fa politica”. E non solo da Lehner e Stracquadanio che sono creature politiche sui generis. Ma da personalità come Bondi o Quagliarello. I quali sanno di non potere pretendere da Fini ciò che non si chiede a Schifani.
Nel partito che non c’è non può passare il principio che bisogna fare le regole per gli altri. Come quella che hanno cittadinanza solo le correnti del Presidente o degli amici del Presidente. Noi ci siamo anche per questo. Perché il dibattito continui. E il partito un giorno ci possa essere.

Roma, per Berlusconi primato europeo paese senza nuove tasse

Silvio Berlusoni (da forzasilvio.it)
Il nostro è l'unico governo che non aumenta le tasse. L'unico che liberalizza il diritto d'impresa, a costo di modificare la Costituzione. L'unico, infine, che è uscito dalla crisi economica – una ulteriore conferma è arrivata dalla Confindustria – senza imporre una politica di eccessivo rigore che potrebbe compromettere la ripresa.
Questi sono dati di fatto, non speranze o chiacchiere, mix dell'Italia, rigore sì ma con equità e sviluppo, appare il più equilibrato, e questa immagine è percepita anche all'estero.

I Corriere della Sera ha pubblicato un'analisi assai interessante su come i governi di centrodestra europei stiano ribaltando la dottrina che fu di Ronald Reagan e Margaret Thatcher: meno tasse, dicevano quei fautori del neoliberismo, avrebbero favorito il benessere, lo sviluppo economico e coperto attraverso i maggiori consumi i minori introiti derivanti dalle imposte sul reddito.
speranze degli anni Ottanta non si concretizzarono in pieno a causa soprattutto dell'eccesso di spesa pubblica. Ma non è per questo che governi moderati come quello tedesco e inglese, ed in parte anche francese, stanno aumentando la pressione fiscale. Il motivo è che i loro conti pubblici stanno andando abbondantemente fuori controllo a causa soprattutto dei miliardi dati alle banche.
Qualche cifra? La Germania ha destinato tra il 2008 e il 2009 il 3,8 del Pil per aiuti diretti al capitale bancario. La Gran Bretagna il 3,9. La Francia l'1,4. Il Belgio il 4,8. L'Olanda il 3,4. La Svezia l'1,6. L'Italia lo 0,6 del Pil, e sotto forma di prestiti a disposizione (i Tremonti-bond).
Quei paesi, Germania in testa, sono quelli che ora vogliono imporre all'intera Europa misure di rigore fiscale che molti giudicano eccessivo, tale da strangolare la ripresa e lo sviluppo. La Germania, dopo aver finanziato abbondantemente le proprie banche, ora vuole tassare le banche stesse; ed anche i biglietti aerei e la produzione di energia. La Gran Bretagna aumenta l'Iva, vuole anch'essa la tassa sulle banche, sugli investimenti finanziari e sulle seconde case. La Francia prevede di ridurre alcune esenzioni d'imposta per cittadini e imprese. La Svezia andrà alle elezioni con programmi di aumenti fiscali.
C'è un nesso tra le mani bucate in fatto di politica bancaria prima, ed il braccio improvvisamente corto adesso? Non c'è bisogno di esser troppo maliziosi per sospettarlo. I denari pubblici usciti negli ultimi due anni rientrano ora sotto forma di sacrifici per cittadini e imprese. Insomma, virtù e rigore sembrano più un paravento che altro.
L'Italia non è in queste condizioni. Non è possibile ridurre le tasse ora, ma la manovra non le aumenta. E quando le regioni si lamentano, dovrebbero prima ridurre gli sprechi. Quanto ai comuni, la nuova ipotizzata imposta sui servizi è chiaramente prevista "ad invarianza di gettito": niente reintroduzione dell'Ici sulla prima casa, né aumento di balzelli; solo accorpamento dei tributi esistenti in una voce unica.
Non solo. Il premier conferma che andrà avanti sulle due leggi, ordinaria e costituzionale, per la libertà d'impresa. Si chiamerà, appunto, "legge Berlusconi". Si tratta di liberare chi vuole intraprendere da una serie di vincoli e costi burocratici, ribaltando l'impostazione attuale: lo Stato si impegna ad effettuare i controlli e chiedere ciò che eventualmente sia dovuto solo dopo, non prima.
La stessa vicenda di Pomigliano dimostra quanto oggi sia complicato intraprendere in Italia. Ma soprattutto la questione sta a cuore alle migliaia di piccoli e medi imprenditori, e agli imprenditori singoli, che desiderino avviare un'attività. Via, dunque, lacci e lacciuoli.
L'efficacia della politica fin qui seguita dall'Italia – un mix equilibrato di rigore, equità e sviluppo - è testimoniato dai dati forniti dalla Confindustria. L'Italia è definitivamente fuori dalla recessione. E, nonostante l'inevitabile impatto della manovra, l'economia italiana crescerà quest'anno dell'1,2% e nel 2011 dell'1,6. Paghiamo come gli altri (ma meno degli altri) un tributo in termini di occupazione, che però verrà riassorbito nei mesi prossimi.
Ecco perché mentre il mondo si divide in un dibattito un po' accademico, un po' fasullo, tra rigoristi ed sviluppisti, l'Italia non deve deviare da una rotta intrapresa da tempo. Rigore nello sviluppo, e ce la stiamo facendo.