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domenica 4 luglio 2010

Trieste, polemiche sul Tondo bis

Salvatore Barberi
Ci vorranno “un paio di mesi” per rendere operativi i nuovi incarichi in giunta e per la riduzione delle Direzioni regionali ma il percorso è segnato, non senza mali di pancia. Il presidente Renzo Tondo comunica il nuovo assetto nella riunione straordinaria dell’esecutivo all’ora di pranzo. Ciriani, che resta vicepresidente, viene spogliato delle attività produttive e si prende ambiente ed energia (accorpati) ma anche montagna, Protezione Civile e il rapporto con la Conferenza Stato-Regioni.
«Cambiano le deleghe e ci perde il Pdl» afferma Ciriani nel suo blog. «I coordinatori regionali del nostro partito – sottolinea Ciriani – hanno lasciato solo il presidente Tondo, cedendo alle richieste della Lega Nord che adesso gestirà quasi tutte le attività produttive e il turismo, rinunciando solo alle Autonomie Locali, un settore in cui in questi due anni l'assessore Seganti non ha oggettivamente conseguito i risultati sperati. Gli equilibri della giunta - conclude Ciriani - si sono spostati verso la Lega e verso Trieste e Udine».
Ma la versione del coordinatore regionale del Pdl, Isidoro Gottardo, è diversa: «Il vicepresidente Ciriani, evidentemente insoddisfatto dallo spacchettamento del turismo ha chiesto al presidente Tondo di lasciare le attività produttive per la Protezione civile, venendo in questo senso accontentato». Tondo afferma che «Ciriani avrebbe voluto andare avanti nel suo lavoro» e assicura che il giudizio sull’operato del vicepresidente «è assolutamente positivo» ma gli ha chiesto «un sacrificio: di occuparsi di temi che ritengo altrettanto importanti».
Il ruolo dei partiti? Tondo ammette che «la politica ha pesato ma le deleghe sono state assegnate soprattutto tenendo conto delle singole competenze». Fatto sta che la Lega, con la Seganti, si vede assegnate le attività produttive (mantenendo la sicurezza) oltre alla promozione dei prodotti agroalimentari che, scorporati dal turismo, va a Claudio Violino. Gli enti locali vengono accorpati alla funzione pubblica di Andrea Garlatti, il welfare viene diviso dalla sanità (che resta a Vladimir Kosic) e viene preso in carico da Roberto Molinaro a cui vengono affidate anche l’istruzione, l’U niversità e la ricerca insieme alla cooperazione. Riccardo Riccardi ha l’assessorato che, a riforma compiuta, si chiamerà del “ Territorio” con infrastrutture, trasporti, lavori pubblici e pianificazione territoriale, Elio De Anna si occuperà di cultura e relazioni internazionali oltre che di sport, Angela Brandi mantiene il lavoro a cui aggiunge formazione e commercio.
Le Direzioni passeranno da 12 a 10, i risparmi ci saranno ma Tondo non li sa ancora quantificare. Il vicecoordinatore del Pdl, Roberto Menia, parla di «concretezza, pragmatismo e lungimiranza. È stata tutto altro che una commedia degli inganni ma si è evidenziata la responsabilità politica e la capacità del presidente Tondo di governare i processi e dare vigore alle riforme». Per Debora Serracchiani, segretario regionale del Pdl, è «un rimpasto che non ha nessun significato politico nè funzionale: è solo mercato. Lega e Pdl usano la spartizione degli assessorati per trovare un temporaneo equilibrio ai giochi interni di potere».
Per il capogruppo del Pd, Gianfranco Moretton, «la Lega ha fatto il pieno. Tondo esce rassegnato a non potersi imporre come vorrebbe» mentre il consigliere regionale Sergio Lupieri denuncia «nessuna valutazione su cosa significhi separare sanità e welfare che negli anni hanno sempre richiesto una maggiore integrazione». Roberto Cosolini, segretario triestino del Pd, parla di «accorpamenti palesemente illogici come staccare il commercio dalle altre materie economiche o l'università dalla formazione: Tondo continua ad andare per tentativi dopo due anni di Giunta deludente».
Secondo Alessandro Corazza (Idv) «è l'esempio di come le logiche di potere si impongano e influenzino negativamente l'amministrazione regionale» mentre per Igor Kocijancic (Rc) «è miserrimo che la Regione diventi terreno di ”predonaggio” per i vari Fontanini e Menia». I Cittadini esprimono «grave preoccupazione per i danni che la destabilizzazione dell'esecutivo potrà causare a settori nevralgici».

Trieste, soluzione diplomatica per il concerto di Muti

Salvatore Barberi
Lunghi silenzi e attese infinite. Poi, improvvise, arrivano due voci che si muovono in una direzione unica: «Si faccia un passaggio al Narodni Dom, così come ci si fermi al monumento che ricorda l’e sodo in piazza della Libertà, assicurando pari dignità alle diverse memorie ferite».
Nella partita a scacchi diplomatica sulla possibile presenza dei tre Presidenti di Italia, Slovenia e Croazia a Trieste il 13 luglio per il concerto “Le vie dell’amicizia” diretto da Riccardo Muti, e sulle tappe che potrebbero caratterizzare la visita istituzionale prima dello spettacolo, si inseriscono due messaggi che rivelano un contenuto comune. Sono dettati da un lato, da chi rappresenta una larga fetta degli italiani costretti ad abbandonare le terre d’I stria, di Fiume e della Dalmazia; e dall’altro da un illustre rappresentante della comunità slovena in Italia. Rispettivamente Lucio Toth, presidente nazionale dell’Anvgd (Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia), e Milos Budin, esponente del Pd già sottosegretario al Commercio internazionale con il governo Prodi. Aprono di fatto a una soluzione condivisa e forse vanno a fornire un assist alle diplomazie dei tre Paesi. Non è un caso che siano proprio Toth e Budin a veder combaciare questi spunti: nell’aprile del 2009 i due erano stati protagonisti del dibattito “Memorie a confronto. Nuove prospettive a 70 anni dalla guerra”, dal quale era partito un messaggio chiaro: «Stop alle contrapposizioni, sì a un futuro comune».
Per ora, l’interrogativo resta: i Capi di Stato di Italia, Slovenia e Croazia saranno a Trieste il 13 luglio? Dopo la richiesta di Lubiana di una visita all’ex hotel Balkan, il Narodni Dom sloveno dato alle fiamme proprio il 13 luglio del 1920 dai nazionalisti italiani, cui avevano fatto seguito vari controinviti da parte italiana - in prima fila il sottosegretario Roberto Menia - a recarsi allora anche alla Foiba di Basovizza, ecco adesso un’opzione per una doppia tappa in «luoghi simbolo».
«Se si deve rendere omaggio al Narodni Dom - è il pensiero di Lucio Toth -, ritengo giusto si faccia allora qualcosa che abbia un senso di equità. Cioè si ricordino altre memorie ferite in questa regione, quelle degli esuli. Ci sono state diverse proposte: l’u ltima di cui sono a conoscenza, avanzata anche da Renzo Codarin e mi pare gradita pure alla minoranza slovena a Trieste, è quella di un omaggio alla stele all’esodo, che si trova in piazza Libertà». Per Toth quella «potrebbe essere una via d’uscita, se i tre Presidenti dovessero accettarla. Siccome le memorie sono ancora divise ma si è d’accordo sul fatto che tutti quanti abbiano sofferto, una cosa del genere potrebbe placare le inquietudini di queste terre. Fermare delle iniziative che hanno il significato di voler guardare avanti, com’è appunto il concerto di Muti, sarebbe un peccato. Una soluzione sbilanciata - conclude Toth - si rivelerebbe iniqua e ferirebbe qualcuno. Non si vada sui luoghi della memoria, ma in due posti dal significato simbolico».
Sulla stessa linea Milos Budin, che definisce quello in programma in piazza Unità il 13 luglio come un appuntamento «nobile, di alto valore artistico e morale». «Trieste ha colto questo annuncio della possibile presenza dei tre Presidenti - evidenzia Budin - come una possibile risposta a un’esigenza di pacificazione diffusa nell’o pinione pubblica. Perciò credo che questa sia un’occasione da cogliere con un riconoscimento alla dignità delle diverse memorie storiche dei popoli di queste terre. Con dei gesti simbolici fatti assieme, i Presidenti incontrerebbero il sollievo della città. Al riguardo, vedrei più tappe». Cioè: «La coincidenza dei 90 anni dall’incendio del Narodni Dom sarebbe lo spunto per fare un passaggio in quel luogo simbolo di una memoria storica. Allo stesso modo si faccia tappa, come proposto, anche al monumento agli esuli in piazza Libertà, simbolo dell’altra principale memoria storica. Questo riconoscimento equo della dignità di tutte le memorie storiche aiuterebbe la città perché qui dobbiamo costruire un comune futuro, conquistando uno sguardo più sereno sul passato: per farlo - chiude Budin - non possiamo infatti affidarci all’oblio».

martedì 29 giugno 2010

Roma, al vaglio errori sanitari Calabria

Pasquale Patamia
La commissione d’inchiesta della Camera sugli errori in campo sanitario e i disavanzi sanitari regionali prosegue la sua indagine sulla sanità calabrese. Dopo aver ascoltato la sezione regionale della Corte dei Conti, incontrerà domani 30 giugno il governatore con delega alla sanità, Giuseppe Scopelliti. “L’audizione - spiega il presidente della commissione Leoluca Orlando - rappresenta, per un verso la presa di contatto col nuovo governatore, per l’altro la prosecuzione di un dialogo già avviato con il precedente Presidente Agazio Loiero, da noi audito già diverse volte”.
Secondo quanto era emerso dall’audizione della Corte dei Conti per la Regione Calabria, nel periodo 2004-2010 sono stati depositati 67 atti di citazione in materia sanitaria e sono in corso due inviti a dedurre. Gli importi di danno richiesti sono stati di oltre 95 milioni di euro ai quali sono da aggiungersi i circa 100 milioni che hanno costituito i finanziamenti a favore della Fondazione Tommaso Campanella. Dalla tipologia di danno per i quali sono stati richiesti i maggiori importi, si deducono alcune delle criticità che caratterizzano il sistema sanitario della regione, come la mancata utilizzazione delle apparecchiature destinate allo screening mammografico, l’indebito utilizzo di medici di continuità assistenziale, gli illegittimi incarichi conferiti a terzi, la mancata utilizzazione di strutture ed apparecchiature sanitarie.

Pisa, sindaco contro omofobia

Nicola Leone
Il sindaco di Pisa Marco Filippeschi ha indossato la fascia da primo cittadino con i colori dell’arcobaleno nella giornata dell’orgoglio omosessuale. Filippeschi ha anche issato sul pennone del Ponte di Mezzo, in pieno centro, la bandiera arcobaleno, simbolo del movimento omosessuale, nell’ambito di un’iniziativa intitolata “Omofobia, vituperio delle genti”. “Pisa è orgogliosa di essere un punto di riferimento nazionale contro l’omofobia e ogni discriminazione”, ha detto il sindaco.

Vibo Valentia, caccia all’evasore tributario

Antonio Nesci
Pioggia di euro in arrivo al Comune, per l’esattezza 724.619 grazie al lavoro della Polizia Municipale che ha evitato il rischio che un consistente numero di contravvenzioni emesse per violazioni al codice della strada cadesse in prescrizione, ovvero 8.252 i verbali. Ma il Comune attraverso l’assessorato al Bilancio guidato da Giuseppe Scianò, punta a far cassa anche con una nuova politica tributaria a partire dall’ici partendo dalla richiesta anche dei cinque anni precedenti a seguito di una mappatura eseguita da un’azienda esterna. Il bottino che ne deriverebbe ammonterebbe a 2 milioni di euro. L’obiettivo dichiarato è “cambiare lo spirito e la politica tributaria”. Ici e non solo, comunque, perché in materia di tributi Scianò ha sottolineato “che non ci sarà nessun aumento e questo nonostante ai Comuni arriveranno meno soldi dallo Stato e nonostante il blocco dell’edilizia”. Sulle novità, però, Scianò non ha voluto prendersi tutti i meriti, “gli atti – ha spiegato infatti – sono stati predisposti dalla precedente amministrazione, vi è una delibera approvata dalla Giunta Sammarco, che, però, approdata a marzo in consiglio non era stata trattata. Noi – ha concluso – l’abbiamo ritenuta valida e l’abbiamo riproposta”.

Tarvisio, minoranza slovena discriminata

Rosamaria Greco
“Con il decreto Gelmini, che vieta la doppia presenza degli insegnanti, la scuola bilingue di San Pietro al Natisone e l’istituto comprensivo di Tarvisio rischiano di non poter continuare la loro attività”. Queste sono state le parole iniziali di Bojan Brezigar durante la conferenza stampa che ha visto l’illustrazione dei contenuti dell’incontro del Comitato istituzionale paritetico per i problemi della minoranza slovena. Brezigar ha constatato che nonostante il clima dei rapporti tra italiani e sloveni sia molto migliorato negli ultimi anni e gli sloveni non siano più considerati estranei ma vengano accettati come parte integrante del territorio, ci sono ancora delle difficoltà, in particolare nella provincia Udine, “dove si vuole negare a certi gruppi di lingua slovena la loro appartenenza al gruppo minoritario, dicendo che la loro lingua è un’altra cosa dallo sloveno.” Brezigar ha precisato che il Comitato nelle sue proposte ha inserito l’utilizzo delle varianti locali della lingua slovena nella toponomastica. “Non vogliamo imporre la lingua ufficiale slovena, ma valorizzare le parlate locali, tra cui dialetti della lingua slovena” ha dichiarato. Una delle difficoltà che deve affrontare il Comitato è la “questione dei finanziamenti”.

lunedì 28 giugno 2010

Il partito che non c’è e le correnti del Presidente

Carmelo Briguglio (da generazioneitalia.it)
Alcuni di noi vengono da una storia politica. E hanno il proprio vissuto. Nelle forme in cui si è incarnata la destra politica italiana (Msi, Msi-Dn, An) l’una e l’altro si intrecciavano e coincidevano con le stagioni, felici e meno, della nostra esistenza. Dalla scuola, all’università, al lavoro, alla famiglia, alla nascita dei nostri figli, ai funerali dei nostri padri, c’era una storia parallela fatta di assemblee studentesche, del primo comizio con le gambe tremolanti, delle candidature piccole e grandi, della prima elezione in un piccolo consiglio. E poi: la sezione, il ciclostile, il volantino, la colla: barattoli e secchi di colla, migliaia, decine di migliaia, centinaia di migliaia di manifesti attaccati. I congressi, i documenti, gli scontri interni, i traditori, noi e loro. La contestazione, i venduti, il capo-dittatore. L’intervento al Congresso nazionale a notte fonda, un pugno di amici ad ascoltarti e ad applaudirti. Ma sul nostro Secolo, il “nostro mondo” avrebbe saputo. E poi i più audaci e fortunati in Consiglio comunale, provinciale regionale. Con le maledettissime preferenze. Cento, mille, diecimila e oltre. Poi pochi in Parlamento, la dove nessuno di noi da ragazzi con gli occhi puntati ai giganti (Almirante, Romualdi, Rauti, Fini) avrebbe pensato mai di arrivare. Anche ingiustizie, atti d’arbitrio, emarginazioni, punizioni. Vere e immaginarie. Tutto previsto. Come era accaduto a chi ci aveva preceduto. Tutti i leader del partito che fu, Fini compreso, hanno usato il potere interno come fa un capo per tenere a bada oppositori e dissenzienti. Talvolta senza andare per il sottile. Lo sapevamo. Erano le regole del gioco. Scuola di sacrificio e resistenza: farcela a stare in una comunità di idee ma anche di uomini, avere lo stomaco forte, inghiottire rospi, andare avanti. Ma i capi dal Msi ad An si diedero sempre un limes. Un confine da non oltrepassare, una sorta di sancta sanctorum che nemmeno al leader era consentito violare. Il legame sociale che faceva riconoscere il tuo valore, le tue qualità, da parte del capo anche se non eri con lui, anche se non lo avevi votato al congresso, anche se lo avevi contrastato. Alcune volte, anni dopo capivamo che aveva ragione lui, che avevamo preso cantonate strategiche e che i capi, se sono tali, vedono cento metri più in là. Potevano frenare, ritardare la tua ascesa. Dovevi fare spazio ad altri, magari più vicino al leader, ma maturavi un credito che prima o poi avresti riscosso. C’era soprattutto il luogo della politica: la sede centrale o periferica, l’organo dove dire la tua, il congresso dove gridare applaudire fischiare votare. E vincere o perdere. E dopo perdere e vincere. O anche sempre perdere, ma mai in modo assoluto o definitivo: lo impediva il limes. Questo è sicuramente il passato. Un passato che è passato. Appartenuto anche ad altri, sull’altra sponda. Su tutte le sponde in cui si è fatta politica. Ricacciamo indietro l’amarcord. Chi ha un’età matura come noi ha saputo farlo altre volte. La nostra generazione, con qualche ribellione, si è fatta spingere, anche a pedate, verso il futuro. Da un Fini che guardava avanti per tutti: Fiuggi, Gerusalemme, il Popolo della Libertà. Ma oggi ci chiediamo: il Pdl c’è? Esiste? O a un anno e più dalla nascita si è ridotto a un ufficio di presidenza e a una consulta per la Giustizia, punto e basta? E dov’è il limes?
Si vorrebbe applicare la disciplina interna in un partito che non ha un solo organo scelto dal basso? Senza iscritti, senza dirigenti eletti, senza riunioni della direzione, del consiglio nazionale. Senza congressi sul territorio. Alcuni “estremisti per bene” vorrebbero imporre la regola della maggioranza alla minoranza. Che si applicherebbe alla legge sulle intercettazioni ma non alla nomina di Brancher a ministro della Repubblica. Mai discussa ma solo appresa dai giornali. Per fare due esempi recenti. O che imporrebbe il divieto di associazione all’area che si riconosce nel Presidente della Camera, ma non ai gruppi organizzati, chiamiamoli col loro nome, alle correnti vicine (vicine, siamo sicuri Presidente?) a Berlusconi: Promotori della Libertà, Liberamente, gruppo Schifani-Alfano. E così via. A chi conosce la cassetta degli attrezzi, sarebbe agevole montare una polemica interminabile.
Invece ci interessa una riflessione che serve a tutti. Il Presidente del Consiglio ha annunciato “di essere contrario a qualsiasi frammentazione del Pdl anche mascherata da fondazioni o associazioni che possono suscitare l’impressione di dar vita a correnti”. Sandro Bondi comunica che lui non aderisce a nessuna corrente. Ok, ma va spiegato dentro e fuori perché i Promotori della Libertà, associazione-corrente guidata dalla ministra del Turismo sia presieduta da Berlusconi in prima persona. Perchè i suoi dirigenti sono stati nominati dallo stesso premier? Sandro Bondi per la Cultura e la Formazione, Angelino Alfano per la Giustizia Rocco Crimi per lo Sport, Paolo Bonaiuti per l’Informazione. Insomma la corrente del Presidente, presieduta dal Presidente, con responsabili nominati direttamente dal Presidente prelevati dal suo inner circle.
Perchè l’immagine del Cavaliere, che è il presidente del Pdl, campeggia sul sito dei Promotori con l’appello diretto ad iscriversi all’associazione brambillesca:“Diventa Promotore della Libertà del Pdl per diffondere i nostri valori di democrazia e libertà. Il tuo contributo sarà prezioso per sostenere il mio lavoro e quello del mio Governo, con azioni concrete nella tua città e in tutto il Paese”? Perchè è toccato persino ai parlamentari del Pdl, inclusi quelli di provenienza An, con una storia politica meno estemporanea di Michela Vittoria Brambilla, ricevere nei mesi scorsi una lettera firmata Silvio Berlusconi che li invitava ad aderire ai Promotori della Libertà? Poi, poi, poi…Perché quel simbolo assomiglia a quello del Popolo della Libertà ? Perché l’acronimo di Promotori della Libertà è identico a quello del Popolo della Libertà: PDL? Non c’è bisogno di qualche spiegazione?
Poi Liberamente, la fondazione promossa da Mariastella Gelmini, Franco Frattini e Mario Valducci. Nega di essere una corrente (e perché mai?) ma si dice collegata “alla storia del berlusconismo, a quella generazione di classe politica che ha fatto la storia di questi sedici anni” (leggasi Forza Italia). E decisa “a giocare un ruolo di primo piano anche nel dibattito politico interno al Pdl”. La corrente dei superberlusconiani. Legittima per carità, ma di corrente si tratta. O no? Ci spieghino. Siamo qui ad ascoltare.
Qualche nota sulla Schifani-Alfano. Che non è una legge, ma una corrente organizzata. In Sicilia, ma non solo. Bocchino è stato crocifisso per avere detto senza asprezze una verità “normale”. Il Presidente del Senato e il ministro della Giustizia, sono uomini delle istituzioni, ma sono anche uomini di appartenenza. Hanno nominato e arruolato da anni, in contrapposizione a Gianfranco Miccichè, parlamentari, deputati regionali, sindaci, presidenti, assessori, manager di Asl, consiglieri di amministrazione. Fanno riunioni, organizzano le proprie truppe, ordinano, promuovono, si scontrano. Esercitano e occupano il potere. Normale, assolutamente normale. Non si sono mai sognati di smentirlo. Non potrebbero. Perché è una verità documentabile. Per tabulas. Comprese intere raccolte di quotidiani regionali. Il Presidente del Senato poi non è una entità angelica, né un uomo super partes, almeno fuori dall’aula. E va bene. E’ parte integrante della ricchezza di uomini e vocazioni politiche dentro il Pdl. Che male c’è? Salvo che non si non si voglia farlo passare soltanto come uomo delle istituzioni in contrapposizione a Gianfranco Fini che è stato invitato molto rudemente a lasciare il seggio più alto di Montecitorio perché “fa politica”. E non solo da Lehner e Stracquadanio che sono creature politiche sui generis. Ma da personalità come Bondi o Quagliarello. I quali sanno di non potere pretendere da Fini ciò che non si chiede a Schifani.
Nel partito che non c’è non può passare il principio che bisogna fare le regole per gli altri. Come quella che hanno cittadinanza solo le correnti del Presidente o degli amici del Presidente. Noi ci siamo anche per questo. Perché il dibattito continui. E il partito un giorno ci possa essere.

Roma, per Berlusconi primato europeo paese senza nuove tasse

Silvio Berlusoni (da forzasilvio.it)
Il nostro è l'unico governo che non aumenta le tasse. L'unico che liberalizza il diritto d'impresa, a costo di modificare la Costituzione. L'unico, infine, che è uscito dalla crisi economica – una ulteriore conferma è arrivata dalla Confindustria – senza imporre una politica di eccessivo rigore che potrebbe compromettere la ripresa.
Questi sono dati di fatto, non speranze o chiacchiere, mix dell'Italia, rigore sì ma con equità e sviluppo, appare il più equilibrato, e questa immagine è percepita anche all'estero.

I Corriere della Sera ha pubblicato un'analisi assai interessante su come i governi di centrodestra europei stiano ribaltando la dottrina che fu di Ronald Reagan e Margaret Thatcher: meno tasse, dicevano quei fautori del neoliberismo, avrebbero favorito il benessere, lo sviluppo economico e coperto attraverso i maggiori consumi i minori introiti derivanti dalle imposte sul reddito.
speranze degli anni Ottanta non si concretizzarono in pieno a causa soprattutto dell'eccesso di spesa pubblica. Ma non è per questo che governi moderati come quello tedesco e inglese, ed in parte anche francese, stanno aumentando la pressione fiscale. Il motivo è che i loro conti pubblici stanno andando abbondantemente fuori controllo a causa soprattutto dei miliardi dati alle banche.
Qualche cifra? La Germania ha destinato tra il 2008 e il 2009 il 3,8 del Pil per aiuti diretti al capitale bancario. La Gran Bretagna il 3,9. La Francia l'1,4. Il Belgio il 4,8. L'Olanda il 3,4. La Svezia l'1,6. L'Italia lo 0,6 del Pil, e sotto forma di prestiti a disposizione (i Tremonti-bond).
Quei paesi, Germania in testa, sono quelli che ora vogliono imporre all'intera Europa misure di rigore fiscale che molti giudicano eccessivo, tale da strangolare la ripresa e lo sviluppo. La Germania, dopo aver finanziato abbondantemente le proprie banche, ora vuole tassare le banche stesse; ed anche i biglietti aerei e la produzione di energia. La Gran Bretagna aumenta l'Iva, vuole anch'essa la tassa sulle banche, sugli investimenti finanziari e sulle seconde case. La Francia prevede di ridurre alcune esenzioni d'imposta per cittadini e imprese. La Svezia andrà alle elezioni con programmi di aumenti fiscali.
C'è un nesso tra le mani bucate in fatto di politica bancaria prima, ed il braccio improvvisamente corto adesso? Non c'è bisogno di esser troppo maliziosi per sospettarlo. I denari pubblici usciti negli ultimi due anni rientrano ora sotto forma di sacrifici per cittadini e imprese. Insomma, virtù e rigore sembrano più un paravento che altro.
L'Italia non è in queste condizioni. Non è possibile ridurre le tasse ora, ma la manovra non le aumenta. E quando le regioni si lamentano, dovrebbero prima ridurre gli sprechi. Quanto ai comuni, la nuova ipotizzata imposta sui servizi è chiaramente prevista "ad invarianza di gettito": niente reintroduzione dell'Ici sulla prima casa, né aumento di balzelli; solo accorpamento dei tributi esistenti in una voce unica.
Non solo. Il premier conferma che andrà avanti sulle due leggi, ordinaria e costituzionale, per la libertà d'impresa. Si chiamerà, appunto, "legge Berlusconi". Si tratta di liberare chi vuole intraprendere da una serie di vincoli e costi burocratici, ribaltando l'impostazione attuale: lo Stato si impegna ad effettuare i controlli e chiedere ciò che eventualmente sia dovuto solo dopo, non prima.
La stessa vicenda di Pomigliano dimostra quanto oggi sia complicato intraprendere in Italia. Ma soprattutto la questione sta a cuore alle migliaia di piccoli e medi imprenditori, e agli imprenditori singoli, che desiderino avviare un'attività. Via, dunque, lacci e lacciuoli.
L'efficacia della politica fin qui seguita dall'Italia – un mix equilibrato di rigore, equità e sviluppo - è testimoniato dai dati forniti dalla Confindustria. L'Italia è definitivamente fuori dalla recessione. E, nonostante l'inevitabile impatto della manovra, l'economia italiana crescerà quest'anno dell'1,2% e nel 2011 dell'1,6. Paghiamo come gli altri (ma meno degli altri) un tributo in termini di occupazione, che però verrà riassorbito nei mesi prossimi.
Ecco perché mentre il mondo si divide in un dibattito un po' accademico, un po' fasullo, tra rigoristi ed sviluppisti, l'Italia non deve deviare da una rotta intrapresa da tempo. Rigore nello sviluppo, e ce la stiamo facendo.